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Abolizione della Rate Parity dai contratti OTA: nuovo passo avanti!

[2]L’articolo 50 del Ddl Concorrenza, che vieta l’imposizione della clausola di Rate Parity nei contratti tra le OTA e gli hotel italiani, presto potrebbe essere legge.

Nella seduta pomeridiana del 22 giugno infatti, l’articolo che riguarda la Parità Tariffaria ha superato un nuovo step burocratico: l’approvazione da parte della 10ᵅ Commissione del Senato, che si occupa di industria, commercio e turismo. Ma non tutti credono che questo aiuterà i consumatori a fare scelte migliori.

Come riporta riminitoday [3], la norma che permetterà agli albergatori italiani di gestire in modo libero i prezzi dell’hotel sul proprio sito ufficiale “è passata nella sua formulazione originaria. Sono stati bocciati infatti dalla commissione gli emendamenti che proponevano di subordinare l’entrata in vigore della norma alla comunicazione e alla relativa approvazione della Commissione Ue.“

Ora c’è solo da avere pazienza. Adesso la palla torna all’Assemblea del Senato e poi alla Camera. Ma quanto ci vorrà perché il Ddl diventi legge? Abbiamo chiesto a un amico avvocato che ci conferma che, di norma, una volta approvato dal Senato, entro 60 giorni la legge deve essere pubblicata sulla Gazzetta Ufficiale ed essere attuata. Quindi potrebbe non mancare molto.

Una legge che favorisce solo gli hotel?!

Il Ddl Concorrenza farà contenti molti operatori del settore e ne scontenterà altrettanti. Le opinioni sembrano divise soprattutto su un punto: chi guadagnerà dall’abolizione dell’obbligo contrattuale della rate parity? Secondo Federalberghi tutti ne trarranno vantaggi, mentre secondo l’Unione Nazionale dei Consumatori, solo “la lobby degli albergatori” sarà favorita.

Personalmente quello che mi incuriosisce di più è sapere come reagiranno gli intermediari all’approvazione della legge e come gestiranno i rapporti con gli hotel d’ora in avanti.

Il direttore di Federalberghi Alessandro Nucara [4] ha commentato trionfante:

“Ne trarranno giovamento i consumatori (ai quali sarà offerta maggiore possibilità di scelta), le imprese (che saranno poste in condizione di sviluppare liberamente le proprie politiche commerciali) e l’erario (che verrà a beneficiare di un maggior gettito, altrimenti destinato ad altri Stati o a paradisi fiscali). Migliorerà anche la competitività del sistema italiano nel suo complesso, attualmente penalizzato rispetto a Francia e Germania, che da tempo beneficiano di un sistema più aperto”.

Sorprendenti invece le dichiarazioni dei rappresentati dei consumatori: secondo Massimiliano Dona, segretario dell’Unione Nazionale Consumatori [5], non ci sarà nessun vantaggio per gli utenti.

Salvata la lobby degli albergatori. La norma va solo apparentemente in favore dei consumatori. In realtà li danneggia. Al di là del fatto che non si capisce perché un albergatore dovrebbe avere convenienza a pubblicizzare su una piattaforma un prezzo più alto di quello effettivamente praticato, il punto è che la concorrenza si ottiene con un numero maggiore di alberghi, la perfetta informazione e la trasparenza dell’offerta.

Questo è possibile solo grazie ai siti comparatori, che hanno permesso al consumatore di poter valutare migliaia di alberghi, scegliendo quello più conveniente, con il miglior rapporto qualità prezzo. Questo meccanismo, però, funziona solo se il prezzo sui siti internet è vero, è quello realmente praticato, non un prezzo gonfiato rispetto a quello che si ottiene chiamando direttamente l’albergo.”

Due visioni completamente opposte, ma che in qualche modo incarnano il lungo dibattito che ha accompagnato la nascita di questa norma nell’ottobre 2015 [6].

Certo non posso negare che sono rimasto molto colpito dalla affermazione di Dona, dalla quale mi sembra che traspaia una conoscenza non approfondita delle dinamiche della distribuzione alberghiera online. Oggi, come tutti sanno, la competizione non è solo tra hotel diversi, ma anche tra diversi intermediari e canali che vendono lo stesso hotel e la stessa camera.

Senza contare che già da tempo le principali OTA avevano “allentato” l’obbligo della rate parity mantenendola solo con il sito dell’hotel e non con le altre OTA, ma su quella decisione nessuno ebbe qualcosa da ridire.